La linea Cadorna a Campolongo al Torre

Nelle campagne tra Campolongo (ora Tapogliano-Campolongo) e il torrente Torre videro crescere una poderosa linea di trincee in cemento armato, con postazione per fuciliera e mitragliatrici: la linea “Cadorna”, che doveva servire, continuando lungo tutta la riva destra del Torre, a bloccare un eventuale sfondamento austriaco del fronte carsico durante la Grande Guerra. Molte di tali trincee rimangono tutt’ora a testimoniare quei tragici giorni. Queste difese non furono utilizzate in quanto lo sfondamento del fronte a Caporetto/Kobarid, il 24 ottobre 1917, costrinse la III Armata italiana, nel cui ambito d’azione si trovava Campolongo, a ritirarsi per non venire accerchiata.

#Distanziati

Vorrei raccontare la mia quarantena che è iniziata come insegnante a fine febbraio con il non ritorno a scuola dopo le vacanze di carnevale e pochi giorni dopo come ricercatore del progetto “National Borders and Social boundaries in Europe: the case of Friuli” del Graduate Institute di Ginevra[1]. Da sei anni insegno in una scuola superiore di Tolmezzo, il capoluogo della Carnia, la regione alpina del Friuli-Venezia Giulia, e questo mi permette, attraverso i ragazzi, delle forti connessioni con il territorio. La Carnia fin dai primi anni Ottanta ha rappresentato l’orizzonte di ricerca della demografia storica per il gruppo dell’Università di Trieste riunito attorno a Metodi e Ricerche, ma ha anche dato un contributo importante all’etnografia alpina. 

I primi giorni sono stati di assoluto smarrimento, le ore scandite da lunghe telefonate con gli studenti, amici, il collega antropologo Alessandro Monsutti che stava per raggiungermi in Friuli per continuare la nostra ricerca sui confini, ed i primi di marzo, in poche ore, in una notte, tutto questo si è fermato. Dopo un primo periodo di assoluto smarrimento, l’amico Vanni Treu che si occupa di formazione e da anni anima il dibattito sulle aree interne, mi ha chiesto di commentare un articolo de l’Espresso di Marco Pacini, che raccontava proprio di alcuni paesini della montagna friulana: “Nei villaggi della Carnia spopolata dove chi è rimasto vive da anni in quarantena[2], il tema non era certo nuovo, come in ogni posto di montagna la gente negli anni Cinquanta e Sessanta ha inseguito il lavoro, stabilendosi in pianura e tornando in montagna nei fine settimana o durante l’estate. Un esercizio questo, di autoriflessione che faccio ogni mattina scorrendo i nomi dei pochi alunni delle mie classi, pochi e distanti tra loro, ancora di più in questo tempo dove la montagna si percorre nella direzione degli impianti di risalita e non più in quota attraverso i sentieri come si faceva un tempo. La domanda che suggeriva Pacini, nel suo articolo era stimolante: “Ma quale è il senso del distanziamento sociale nei villaggi di montagna?”, e la riflessione continuava in un commento di Treu: “bisognerebbe aver provato, almeno una volta nella vita, a sorvolare l’Italia di notte: ci sono aree completamente buie, senza alcuna luce. Quelle sono le zone delle aree interne, sia delle Alpi che degli Appennini. Sono i luoghi del silenzio. Sono i villaggi dai camini spenti. Eppure, per loro, come per un condominio in centro a Milano, esiste un Decreto che limita le libertà”.

Tra le parole “nuove” che sono entrate nelle nostre case durante la quarantena, una mi aveva colpito più di altre, perché non riuscivo ad abituarmi a queste nuove pratiche a cui dovevo continuamente sottostare (confinamento, guanti, distanze, strisce colorate, file, mascherine, segnali, avvisi, cartelli), per questo ho cercato, parlando con Vanni Treu, di esorcizzarne gli esiti sociali già drammatici ed è nato #distanziati, un progetto per costruire un videoracconto della montagna friulana. 
La prima crudele forma di distanziamento è stata quella di cui noi tutti abbiamo fatto esperienza mediata dalla televisione, dei malati chiusi nei reparti, privati delle parole, delle lacrime, degli abbracci dei loro cari, nel momento più difficile della loro vita e forse anche l’ultimo. In tutte le culture, l’elaborazione del lutto ha bisogno di rituali fatti di gente che si stringe, di parole sovraccariche di partecipazione, di pianto collettivo, di cortei funebri, dove ognuno mette i piedi sulle orme dell’altro, creando movimento, immedesimazione, comunità del dolore e nel dolore. Tutti noi abbiamo necessariamente sostituito queste pratiche, accompagnando con lo sguardo attonito e distanziato, i lunghi serpentoni di camion militari o le fosse comuni scavate dal Bronx a Manaus.


Il distanziamento sociale è e sarà la regola, ne discutiamo anche in questi giorni a scuola e questo ci costringerà a mutare il nostro modo di stare nella società, e non mi riferisco naturalmente agli inutili divisori in plexiglas delle spiagge o peggio ancora delle aule scolastiche, ma ad un vero e proprio ripensamento dei comportamenti, della fruizione degli spazi, fino ad arrivare forse ad un rovesciamento del rapporto tra centro e periferie. Se c’è qualcuno, che su questo ci può insegnare qualcosa sono gli abitanti della montagna friulana e non, che dagli anni Sessanta hanno difeso un territorio, che è diventato man mano, periferia di periferie, dove l’isolamento, il distanziamento, la solitudine sono pratiche agite quotidianamente. Questa però, è un’eredità scomoda e non richiesta, la pianura e la città continuano a consumare spazi e risorse, condannando queste zone al destino anagrafico dei piccoli numeri. Ormai siamo davanti ad un destino inesorabile che non permette di tornare indietro, dove un tempo la presenza militare era anche una fonte di sostentamento (100.000 militari arrivavano ogni anno in Friuli dall’Italia intera e ci passavano quindici/dodici mesi della loro vita): ora di tutto questo rimane solo lo spettro della cortina di ferro, un gigante disteso e disarmato lungo un ex confine fatto di caserme/bunker/poligoni/opere militari che nella maggior parte dei casi non hanno trovato un nuovo riutilizzo[3]

#Distanziati è diventata in poche ore, una pagina FB dove far incontrare le esperienze della quarantena, narrata attraverso parole, fotografie, video, poesie, una comunità di circa mille persone che due volte al giorno si davano appuntamento in questa piazza.  Questo contenitore riempito di testimonianze, affettività, parole, immagini è durato per tutto il periodo del distanziamento, raccogliendo ogni genere di materiale dalla Carnia ma anche dalla Lombardia, dalla Valle D’Aosta, dal Piemonte, dal Veneto, dalla Svizzera, dalla Slovenia: una sorta di onda di risonanza che si è propagata da sola, rimbalzando tra i profili FB.   

Da studioso dei confini un secondo aspetto, mi ha colpito, ferendomi, la chiusura delle frontiere di Slovenia e Austria, prima presidiate dalla polizia e poi chiuse con metodi antichi: giganteschi massi sulla carreggiata, blocchi di cemento, transenne, new jersey. Tutto questo, visto dal Friuli-Venezia Giulia è sembrato una forma di tradimento verso le comunità linguistiche slovenofone ma non solo, che hanno da sempre intrecciato rapporti, sviluppati a cavallo del confine. Il confine fino a quando non diventa ‘frontiera’ è uno spazio grigio, indefinito dove da una parte e dall’altra nottetempo si passava, nascondendo tabacco, caffè, carne, zucchero, stecche di sigarette da contrabbandare, nascosti in lunghe tasche di tela cucite tra le sottovesti delle donne o nei calzoni degli uomini, vi partecipavano anche i bambini.  

Da tempo assieme al collega Alessandro Monsutti, discutiamo di rapporti tra stati durante la Guerra fredda, di confini che non esistono ma che sono solo retoriche, ed ecco, che a causa dell’emergenza Covid-19 la Slovenia ha chiuso tutto in una notte mentre a Bruxelles si discuteva sulla possibilità di interrompere l’area Schengen. Ho chiesto subito delle fotografie ad un mio studente goriziano le ha scattate dalla sua finestra, da dove si scorge un valico di seconda categoria, le conserverò assieme a quelle della guerra d’indipendenza slovena, con i carri armati schierati che temevano un’invasione da parte italiana, così gli era stato raccontato, e a quelle dei discorsi europeisti con i politici allegri che brindavano ad un futuro di reciproca collaborazione. 

Volevo portare l’esperienza di #Distanziati tra i miei studenti della quinta, stavano attraversando, loro malgrado un’esperienza unica, chiusi nelle loro stanze ci siamo guardati in questi mesi di didattica a distanza, lontani, assonnati, in eterno equilibrio tra connessioni lentissime e disconnessioni frequenti, la montagna è anche questo si chiama digital divide e anche in questo lo svantaggio riguarda principalmente le aree interne, poco abitate e quindi poco interessanti per i gestori. Forse ho capito molto più io, attraverso la didattica a distanza, di loro: li osservi mentre tu cerchi di spiegare le cause della Seconda Guerra mondiale e loro ti interrompono per chiedere del loro compagno di classe che non si connette mai; questa è una nuova umanità che non vuole lasciare nessuno indietro e che non ha nulla a che fare con l’Europa o con i popoli, queste sono persone e hanno capito e noi con loro che siamo fatti di relazioni. Ho chiesto loro, di lavorare sulle emozioni che li attraversavano, paura, fragilità, solitudine, attese per il futuro e di mandarmi i pensieri sotto forma di file audio con alcune foto della loro quotidianità. Tutto ha preso una forma sul mio computer, si è quasi creato da solo, componendosi con alcune immagini che avevo registrato durante l’anno nei laboratori, mentre ancora erano spensierati e rincorrevano con gli occhi, cercando l’obiettivo della mia telecamera. È nato così un capitolo scolastico di “#distanziati. Videoracconto della 5 PIA”, si può guardare qui: https://youtu.be/ETe4QJZg6Xg e diventerà tra pochi giorni, il punto di partenza per il loro esame di maturità. 

Stefano Morandini, antropologo/insegnante 


[1] Finanziato dal FNS, Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica.

[2] L’Espresso del 12 aprile 2020.

[3] Un buon esempio di recupero è questo, descritto in Place of Memory di Stefano Morandini ed Alessandro Monsutti: https://youtu.be/nwazIj1XoAg.

Portis deve rinascere qui!

Chi si è trovato a lasciare, per una divagazione automobilistica, la strada statale 13 tra Venzone e Carnia ha sicuramente avuto la percezione di attraversare un mondo “altro”, fatto di case sventrate che mostrano com’era il loro interno, piccoli orti, baracche dove ancora forti si conservano i segni di una vita passata, filari di viti che svelano ancora le cure dell’uomo, porte socchiuse e finestre spalancate, come se ci dovesse essere prima o poi un ritorno di chi vi abitava. Questa era l’immagine che, negli anni, dal finestrino di un’auto, scorreva al guidatore fintanto che non veniva risucchiato dal traffico della statale. Io, lo ammetto, ero uno di quegli automobilisti e man mano che attraversavo lentamente Portis, si infittivano i miei interrogativi su come mai quel paese fosse stato abbandonato, pur conservando segni e presenze quasi giornalieri dei suoi vecchi abitanti. Il punto di svolta tra questo e l’intenzione di una ricerca di antropologia visuale è avvenuto quasi per caso. In una fredda domenica d’inverno, camminando per il paese, mi imbattei in un cartello che delimitava un’area perfettamente ripulita da rovi ed erbacce, e che riportava questa scritta: Cjase Valent-Sigârs. Di casa Valent rimanevano solo dei lacerti di pavimento di diverso tipo che delimitavano le stanze, e il segno dei muri coperti da foglie e muschio. Quel cartello era un gesto di volontà estrema per sfuggire all’oblio: racconta – come sono venuto poi a sapere – una storia di emigrazione e di ritorni d’estate, ma soprattutto della necessaria ed estrema volontà di vita nel paese. Nel pensiero antropologico contemporaneo l’oblio ha acquisito un proprio statuto e rappresenta un elemento funzionale e interno al percorso di recupero della memoria divenendone parte essenziale.

L’immagine di Portis, restituita attraverso le fotografie ritrovate in rete, mi ha sempre ricordato il villaggio martire francese di Oradour-sur-Glane, incendiato dai nazisti nel 1944 e diventato poi attraverso i muri sbrecciati delle sue case, le automobili arrugginite e gli oggetti abbandonati, monumento nazionale per volontà del presidente Charles De Gaulle, non solo per rendere omaggio ai caduti, ma anche per tramandare una memoria dolorosa e divisa. Ecco, la sensazione che si ha camminando per il paese di Portis è la stessa che ti assale anche solo scorrendo le fotografie pubblicate sul sito del Centre de la Mémoire d’Oradour ed è quella di una trama quotidiana interrotta, dove perfino la chiesa di San Rocco è ricostruita in forma di rovina. L’abitato di Portis presenta ancor oggi, a più di quarant’anni di distanza dal terremoto, un luogo di straordinario interesse antropologico, unico caso a livello regionale e uno tra i pochi a livello nazionale, di “svuotamento” e di ricostruzione in un nuovo paese, gestito per volontà e opportunità “dal basso”, attraverso la costituzione di una cooperativa. Questo percorso non è stato certo facile, come raccontano gli intervistati nel documenta-rio, ed è anche complicato per noi tradurre le diverse posizioni che han-no diviso il paese, fin dai primi giorni dopo la scossa del 6 maggio 1976. Quella tragica notte morirono sei persone a Portis, sorprese mentre cercavano la via fuga, tutte travolte dal crollo di una vecchia abitazione, la Cjase di Gnenton nel punto più stretto del paese. Mino Durand, inviato del «Corriere della Sera», racconta nell’articolo Ho attraversato nella notte i villaggi tra i falò dei superstiti le impressioni raccolte in presa diretta:

Sono le tre, la nostra autocolonna entra a Portis: la prima, autentica tappa di un calvario che durerà fino a giorno inoltrato. Un calvario che la gente del Friuli ha affrontato con dignità e compostezza incredibili. Incontriamo nel paesino Giuseppe Zamolo, 46 anni: «Ho avuto tanta paura, come neppur in tempo di guerra». Si procede con la pila ma tra le case non si entra: le macerie bloccano l’unica strada. Quanti sono i morti? «Chi lo sa – risponde Ezio Gollino, 27 anni, operaio – Ero a Venzone dalla mia ragazza: alle nove in punto ho sentito il mondo cadermi addosso. Di corsa sono venuto a Portis: vivo con mia madre e la nonna. Ha 88 anni. Grazie a Dio sono vive: eccole là». Le donne non alzano la testa, fissano le lingue di fuoco, attizzando la brace, quasi vivessero in un’altra dimensione. […] Nel silenzio si sentono i massi rotolare giù dalla montagna, un rombo cupo, continuo, ossessionante. «Siamo alla settima scossa – prosegue Gollino, avvolto in una coperta militare – ma non c’è da avere paura. Qui la valanga di pietre non arriva, si ferma prima in fondo al canalone». La terra trema ancora per l’ottava volta. Non possiamo far nulla per questa gente, che d’altra parte non chiede nulla. Qui i soccorsi non sono ancora arrivati, è passata solo una camionetta a distribuire coperte. 

La comunità, sepolti i morti, si era trovata smarrita e divisa tra le necessità quotidiane di riattare le abitazioni, trovare una sistemazione per i capi di bestiame, procurarsi dei generi di prima necessità o trovare alloggio presso i parenti. Nei giorni successivi si cercò di quantificare i danni subiti dalle case e di pensare a quale dovesse essere destinata la frazione del comune di Venzone. Durante le assemblee pubbliche erano due le visioni che si contrapponevano, anche in maniera violenta: mettere in sicurezza il paese costruendo un vallo e ristrutturando le abitazioni, o abbandonare del tutto quel luogo, da sempre minacciato da crolli e discese a valle di massi anche di grandi dimensioni, come testimonia il Clapon dal Simiteri, l’enorme agglomerato, alto circa diciotto metri, che sovrasta il cimitero6. Non è un caso che gli abitanti di Portis abbiano dato un nome a ogni masso sceso dalla montagna (Clapon Lunc, Clapon dal Bisâni, Clapon dal Lôf…), e questi siano poi diventati dei toponimi.

L’Amministrazione comunale, supportata da perizie geologiche e sopralluoghi, propendeva per l’abbandono del vecchio sito, ma naturalmente questa posizione era fortemente osteggiata e a molti pareva una scelta calata dall’alto. Come non capire queste due posizioni? L’una determinata dalla responsabilità di un’Amministrazione messa a dura prova da un evento distruttivo senza precedenti; l’altra, quella di difesa del paese, della casa, dell’orto con tutto il carico economico, affettivo, identitario, emozionale, sociale che la scelta dell’abbandono avrebbe potuto spazzare via. Rimangono due immagini fortemente iconiche di questo periodo “caldo”: la prima fotografia è stata scattata dall’ingresso sud del paese dove, accanto alle indicazioni stradali, c’è un cartello: «Puartis al reste in Puartis / Portis rimane a Portis»; la seconda resa poi famosa dagli eventi di settembre – di cui riferirò più avanti –, ritrae il muro di contenimento lungo la statale con la scritta «Portis deve rinascere (qui)». Ho messo tra parentesi il “qui” perché Giovanni Bulfon, pur essendone l’autore, riconosce la sua mano solo nella prima parte della scritta, imputando il resto ad altri.

Il 15 settembre alle ore 9.21, si staccò, dallo Spiç di Sore Cjiscjiel, la parte già fratturata, provocando una caduta di materiale che travolse una parte del cimitero: un masso di grosse dimensioni arrivò fino alla statale, dove si fermò proprio all’altezza del “qui” della scritta. La devastazione della parte “nuova” del cimitero – tombe divelte e bare sfondate –, ma ancor più gli esiti drammatici che si sarebbero verificati se il masso avesse travolto le automobili di passaggio, misero fine alle violente discussioni: Portis doveva rinascere, ma non più lì!

Questo tragico evento, con la sua violenza distruttrice, ebbe il merito di ricomporre e riappacificare gli animi; da allora infatti, in paese si respirò un’aria di collaborazione e partecipazione nel progettare un’idea comune di futuro. Intanto l’inverno avanzava e i terremotati di Portis furono al-loggiati a Lignano: alcuni di loro manifestavano apertamente durante le pubbliche assemblee l’intenzione di non ritornare più in paese e di abbandonare così la zona per una più sicura. 

Lo strumento della cooperazione era previsto nella legge regionale sulla ricostruzione e questo favorì la nascita, il 15 dicembre 1978, della Cooperativa Nuova Portis, guidata da Giovanni Battista Jesse; vi aderirono, in prima istanza, ventisette soci ma il loro numero era destinato a crescere man mano che il progetto prendeva forma.

In questo periodo la popolazione trovò alloggio nei prefabbricati sistemati in un’area tra la Pontebbana e la ferrovia. Bisogna anche ricordare che sul territorio di Portis gravavano molte servitù militari, e questo fatto vincolava ulteriormente la scelta dell’area edificabile dove avrebbe dovuto nascere il nuovo paese. Basta infatti osservare le montagne con attenzione, specie nella stagione invernale, per scorgere aperture, torrette e opere militari (Opera 3, 4, 5) costruite negli anni Trenta del Novecento, che facevano parte del Vallo Littorio e che sono rimaste in funzione fino alla fine della Guerra Fredda. L’individuazione di un terreno atto a ospitare il nuovo paese fu la causa di nuove controversie: venne infatti individuata un’area a ridosso della borgata Gnocs che già ospitava alcune famiglie che lavoravano i campi attorno a questo piccolo agglomerato di case.

L’opposizione al progetto in questo sito interessò anche i lavori del Consiglio regionale, dove fu infatti presentata un’interpellanza dei consiglieri democristiani Chinellato e Varisco che chiedevano un controllo sulla legittimità degli atti adottati nel Piano generale comunale di Venzone, in particolare sui decreti di occupazione in via temporanea e d’urgenza di aree in località borgo Gnocs, in attuazione del Piano particolareggiato di ricostruzione di Portis. In risposta a tale atto fu avviata in paese una raccolta di firme che supportasse l’azione dell’Amministrazione comunale, ribadendo l’intenzione di far rinascere il paese nell’unica area disponibile. Bisogna an-che ricordare la generosità di Celso Di Bernardo, un portolano emigrato in Germania che manteneva la proprietà di un terreno proprio in borgo Gnocs e che manifestò la disponibilità a cederlo interamente a prezzo di mercato10 favorendone così l’esproprio. L’Associazione nazionale alpini aveva già messo in costruzione, a nord di borgo Gnocs, venti appartamenti che dopo il luglio del 1978 poterono alloggiare una ventina di famiglie. Alcuni aspetti ancor oggi dolorosi di chi ha subito l’esproprio della terra che coltivava da generazioni, sono emersi durante l’intervista a Lino Di Bernardo di borgo Gnocs.

Un gruppo di professionisti, l’architetto Pirzio Biroli e lo studio venzonese Tondo e Pitteri furono incaricati della progettazione del nuovo paese; è interessante, per la natura del nostro studio, riferire che prima della fase prettamente tecnica vennero coinvolti i nuclei familiari e l’intera comunità con l’intento di ricostruire e riprodurre nel nuovo paese rapporti di vicinanza, spazi di socialità, divisione dello spazio abitativo, con l’obiettivo di restituire un “luogo” e non solo uno “spazio”. Camminando per il paese nuovo, si può osservare una sorta di “dialogo tra gli edifici”, sia tra quelli in fila affacciati sulla strada che con quelli situati posteriormente e collegati ai primi da un sistema di portici. Ogni unità abitativa presenta sul retro una piccola porzione di terreno adibita nei primi tempi ad orto e negli ultimi anni convertita a giardinetto residenziale dotato di panche e gazebo. Nel progetto originario erano previsti degli spazi commerciali, rimasti in attività fino agli anni Novanta, che poi subirono l’identico destino dei negozietti di paese schiacciati dalla grande distribuzione.

Nell’agglomerato urbano era presente anche un centro sociale, donato dalla Croce Rossa Svizzera, che funge da luogo di ritrovo per l’intera comunità e dove la Pro Loco gestisce l’unico bar del paese. Dalla copiosa documentazione fotografica raccolta durante la ricerca, si possono riconoscere alcuni elementi caratteristici del vecchio paese (portici anche di grande dimensione per favorire il passaggio dei carri, sentieri di comunicazione trasversali rispetto alla via principale delimitati da muri a secco) che poi vennero usati come elementi di forte impatto nella progettazione di quello nuovo. La chiesa, che è il primo edificio importante che si incontra lasciando la Pontebbana, ha un’identità tutta sua senza alcun raccordo con il resto dell’abitato. Durante le interviste è emersa, accennata a bassa voce, la presunta volontà del prete di allora di aderire al progetto sostenuto da alcuni, di accorpare Portis a Carnia, la fra-zione più a nord del comune e un tempo denominata Piani di Portis.

Per capire anche le posizioni spesso estreme e inconciliabili che caratterizzarono gli accesi dibattiti di questi anni, bisogna ricordare la temperie politica che vedeva contrapposti la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano, anche se questo periodo è stato definito con sottile ironia da Remo Cacitti “compromesso sismico”. Nell’agosto del 1979 viene posta la prima pietra con una cerimonia, e il 28 novembre del 1981 vennero consegnate le prime case. La Cooperativa Nuova Portis, nei tredici anni della sua attività, grazie anche alla dedizione di Giovanni Battista Jesse, riuscì nell’intento di ricostruire il paese nonostante il percorso irto di difficoltà burocratiche. Di questa vicenda si interessarono anche i media nazionali, citandola come modello di ricostruzione scevro di ruberie e interessi locali, cosa assai rara come ahimè ci racconta la cronaca contemporanea. «Il Tempo» dedicò alla chiusura della Cooperativa Nuova Portis – e al suo gesto di donare l’avanzo di bilancio al Centro di Riferimento Oncologico di Aviano –, un articolo dal titolo evocativo: La bella favola dei senza mazzetta”. Il terremoto del Friuli ha rappresentato una buona occasione di ricerca in quel filone di studi che veniva definito di “traumatologia sociale”.

L’occasione venne colta con impegno dai sociologi dell’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia e in misura molto marginale dagli antropologi, principalmente a causa della morte improvvisa e violenta di Gaetano Perusini nel 1977. Di questo studioso rimane un contributo dal titolo Terremoto, che contiene già nella premessa una proiezione di ricerca per il futuro. Lo studioso friulano scrisse, infatti, di un nuovo tipo di letteratura orale che stava prendendo forma tra le macerie: racconti incredibili, fortunate coincidenze, facezie, narrazioni fantastiche (ad esempio «il racconto di un abitante – appuntato su un taccuino di un sociologo – che narra come il lago sotterraneo che si era formato cinque chilometri sotto Venzone e che alla scossa successiva la terra si aprirà salirà in superficie sommergendo tutta la valle»). Oggi non ci sono ormai dubbi sul fatto che una materia come l’antropologia possa concorrere, al pari delle discipline tecnocentriche, all’analisi di un evento naturale estremo o di un disastro in ogni sua fase (prima, durante e dopo l’impatto). Tant’è che negli ultimi anni si è diffusa un’antropologia aggettivata denominata “antropologia dei disastri” che si occupa di questo genere di accadimenti trattandoli come uno dei tanti “fatti sociali” che interessano la vita di una comunità. Di particolare interesse per la nostra ricerca, e che ci ha consentito di ricostruire la situazione coincidenze, facezie, narrazioni fantastiche (ad esempio «il racconto di un abitante – appuntato su un taccuino di un sociologo – che narra come il lago sotterraneo che si era formato cinque chilometri sotto Venzone e che alla scossa successiva la terra si aprirà salirà in superficie sommergendo tutta la valle»).

Di particolare interesse per la nostra ricerca, e che ci ha consentito di ricostruire la situazione di Portis, quasi in presa diretta, è stata la ricerca sul campo dell’équipe dell’Istituto di geografia dell’Università tecnica di Monaco di Baviera, guidata da Robert Geipel. Nel corso dei sei soggiorni, dall’inverno del 1976 il gruppo di geografi raccolse una quantità enorme di dati attraverso dei questionari strutturati somministrati in varie località colpite dal sisma e poi confluiti in un primo libro, Friuli. Aspetti socio-geografici di una catastrofe sismica. La fase successiva della ricerca, e che a noi interessa particolarmente perché tra le località esaminate c’è anche Portis, è stata poi riassunta nel volume Il progetto Friuli / Das Friaul-Projekt, frutto del lavoro di quattordici soggiorni sul campo dell’équipe tedesca. Il primo contributo del libro approfondisce il tema della percezione del rischio da parte degli abitanti in due località simili per posizione geografica, dimensione e struttura sociale. 

La ricerca “Percezione e valutazione dei rischi naturali; l’esempio di due paesi del Friuli” di Michael Steuer riguarda, infatti, le due comunità di Portis (Venzone) e Braulins (Trasaghis) poste a circa dieci chilometri di distanza sulle opposte sponde del fiume Tagliamento. Le due località hanno conosciuto nella loro storia recente tre manifestazioni naturali estreme e quindi tre potenziali rischi: alluvione, frana e terremoto.

Dal saggio di Steuer veniamo a conoscenza che i questionari vennero somministrati nelle due frazioni a 142 capifamiglia, cioè al 60% delle famiglie residenti. Portis nel 1977 contava 288 abitanti che occupavano 99 unità familiari: di queste, 67 risposero al questionario. A Braulins l’abitato è posizionato sotto il monte Brancot, dal quale il 9 maggio 1976 si è staccata una frana che ha travolto il paese. Al momento della campagna di rileva-zione, nel 1977, Braulins aveva 361 abitanti in 136 famiglie, delle quali 75 risposero al questionario.

Le due comunità erano demograficamente simili anche se quella di Braulins era in posizione più isolata, lontana dalla direttrice di traffico della strada statale 13 che attraversa la regione. Lo studio aveva due proiezioni di ricerca: da un lato registrare gli atteggiamenti degli abitanti delle due comunità e dall’altro capire come una diversa collocazione spaziale potesse orientarne le risposte. La popolazione di Braulins dimostrava un forte sen-so di attaccamento al paese, in misura maggiore rispetto al campione di Portis. La determinante spaziale sembra aver causato una diversa maturazione del senso di appartenenza e questo fatto è sicuramente stato accelerato dalla proiezione verso nord, lungo la statale, di attività commerciali, alcune anche di proprietà di portolani. La percezione del rischio presentava un alto grado di consapevolezza in entrambi i paesi, anche se per Portis frana e inondazione venivano percepiti molto più chiaramente. I difetti di costruzione delle abitazioni furono per i portolani la maggiore causa dei danni; un adeguamento antisismico delle stesse avrebbe reso più sicuro il paese. Questi aggiustamenti strutturali vennero percepiti, nelle risposte de-gli intervistati, come più importanti rispetto al vallo paramassi costruito nel 1978-79 in prossimità del complesso della chiesa di San Bartolomeo-cimitero, oggetto di infinite discussioni. Questa opera pubblica veniva percepita dagli abitanti come una protezione più per l’importante arteria stradale che per il paese, in quanto dopo la scossa del 15 settembre si erano affievolite le voci di quelli che volevano che Portis restasse dov’era / Puartis al reste in Puartis. Da questo dato si può ricavare la considerazione che il paese di Braulins, già oggetto d’intervento ben prima del terremoto, con una barriera alta sei metri sembra fosse più rassegnato al controllo esterno mentre a Portis le soluzioni individuali, non calate dall’alto, godevano di maggiore autorevolezza. Le risposte al questionario non risultano influenzate dalla collocazione dell’abitazione dell’intervistato. 

Le fonti storiche dell’archivio parrocchiale, visionate in occasione della pubblicazione di Portis. La memoria narrata di un paese, ci racconta-no come nel tempo sia cambiata la morfologia del fiume Tagliamento nei pressi dell’abitato: la costruzione del manufatto chiamato dai portolani il Pinel, che penetrava il fiume trasversalmente per una cinquantina di metri nelle vicinanze della chiesa di San Rocco (friulano Santa Roc), smorzando così l’impatto delle acque e la loro forza; e fatto ancora più importante la costruzione del tracciato ferroviario (1789), tutto questo ha preservato nei tempi il paese di Portis dalle esondazioni. Durante l’intervista a Diego Zamolo e Maddalena Valent è emersa una certa familiarità con eventi franosi semplice rotolamento a valle di massi mentre le persone arrampicate sui pendii erano dedite ai lavori dell’agricoltura. In particolare lo stesso Zamolo ci ha raccontato che quando era bambino i vecchi del paese, riferendosi allo Spiç di Sore Cjiscjiel, narravano che presentasse una crepa e che fosse stato legato con delle catene dai paesani. Si conserva ancora memoria in paese di una filastrocca che veniva cantata: «E se el clapon a si ribalte puar Puartis soterât / E se quel masso rotolerà, povero Portis sotterrato». 

Quale futuro per Portis Vecchio?

Sono stati compagni silenziosi durante i sopralluoghi e le interviste i ciclisti che percorrono, soprattutto nella bella stagione, la ciclabile Alpe Adria che da Tarvisio si snoda fino a Udine e poi a Grado e che passa anche per Portis. Lo scorso anno si stima siano transitati circa 70.000 ciclisti, quest’anno alcuni dicono oltre 100.000. Il loro ingresso in paese, abbandonata la statale, è sempre denso di stupore, li colpiscono gli edifici che si affacciano sulla strada e la quiete che vi abita. Ci siamo spesso fermati a parlare con i ciclisti, che arrivano dall’Austria, dalla Germania, dall’Olanda o dalla Cechia, abbiamo risposto alle loro domande raccontandogli del perché il paese sembri abbandonato ma sia ancora al centro di pratiche quotidiane di “appaesamento”, anche da parte delle nuove generazioni. Il mio pensiero ancora una volta è andato a Oradour-sur-Glane, ma anche ad esempi più vicini a noi come Topolò/Topolove e Dordolla, piccole frazioni di montagna che grazie alla organizzazione di festival di arte contemporanea e la residenza di alcuni artisti sono diventati punti di attrazione per un pubblico internazionale. Un lavoro di recupero della memoria collettiva e individuale dovrebbe servire a questo, a concorrere ai processi di appaesamento, in più direzioni: nel paese con dei cartelli che riportino storie, memorie, modi di vita e fotografie, sul web, ricostruendo reti che sopravvivano ai muri, agli oggetti, alle strutture che ancora si possono osservare. Nel documentario Portis deve rinascere qui sono presenti quattro atti che rappresentano il senso di questa ricerca, in cui con l’utilizzo della videografica siamo partiti da una ripresa video fino ad arrivare, con una ricostruzione, alla fotografia d’epoca scattata nello stesso punto della ripresa. 

Tra i luoghi dove si percepisce in maniera più profonda il “senso del luogo”, vi è sicuramente il cimitero, dal terremoto al centro di numerose pratiche della necessità di memoria. La visita al complesso della chiesa di San Bartolomeo-cimitero è un’esperienza che tocca fortemente il cuore. Una volta ci si arrivava dal paese a pie-di per una stradina stretta e irta, delimitata ai lati da muri a secco, la strete de Glesie. La chiesa conserva ancora gli elementi della facciata anche se è solo un’impressione, basta spostarsi di lato per comprendere come la natura stia lentamente prendendosi la struttura: uno dei muri laterali oramai non esiste più, si entra da lì e lo sguardo viene subito catturato dalle pareti che svettano verso l’altro, dalle vetrate colorate di giallo e di blu, dalla cupola che ancora conserva lacerti di decorazioni a stucco azzurre, dalla doppia acquasantiera, dal presbiterio ingombro dei materiali dei crolli su cui gli alberi hanno costruito una fitta barriera. 

Accanto alla chiesa di San Bartolomeo, costruita probabilmente sui resti di un antico romitorio, c’è il cimitero. Il cimitero di Portis non conserva solo le spoglie terrene dei portolani, ma tramanda il loro legame con questo luogo. L’Amministrazione comunale dopo gli accadimenti del settembre 1976 dovette interdire l’accesso al luogo sacro, ma questo naturalmente non causò l’interruzione delle inumazioni. Furono gli stessi portolani a scavare per i loro morti, come mi ha raccontato in un’intervista Luigino Di Vora. Sulle lapidi vicende e nomi lontani nel tempo accanto ad altri più vicini a noi, all’ombra del Clapon dal Simiteri. Il paese da alcuni anni è diventato uno scenario di esercitazione per l’Università di Udine e il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, che hanno sviluppato tecniche e metodologie di intervento fondando la Serm Academy, una scuola internazionale per la gestione della risposta in emergenza sismica. 

Il paese vecchio è da qualche anno al centro di una serie di iniziative che muovono dal gruppo di volontari Amis di Sant Roc, una quarantina di persone guidate dal sacerdote della parrocchia di San Bartolomeo, Roberto Bertossi, che hanno portato a termine il recupero della chiesetta intitolata al santo e che dà il nome al sodalizio, riattando l’antico accesso al fiume Tagliamento detto Strete da l’aghe, e organizzando momenti di ricordo, d’incontro e di socialità. Durante la ricerca abbiamo seguito questo gruppo, animato da grande fede, durante la commemorazione per il quarantennale del terremoto, il fuoco di San Pietro sul greto del Tagliamento, la Via Crucis tra le case del paese illuminato solo dai fuochi di fiaccole e lumini, fino allo scoprimento di una gigantografia raffigurante il paese, com’era negli anni Settanta prima del grande cambiamento, fissata sul muro di una vecchia abitazione.

Tutte queste iniziative, che partono ancora una volta dalla volontà popolare, rappresentano, per noi antropologi, sistemi efficaci di “manutenzione della memoria”: si può essere del paese anche pur non abitandovi ma rendendolo quasi giornalmente oggetto di pratiche affettive e di conservazione del patrimonio materiale ed immateriale.

DOCUMENTARIO Portis deve rinascere qui di Stefano Morandini

  • le fotografie in B/N sono di Alessandro Coccolo
  • BIBLIOGRAFIA

    Cattarinussi, B. e Strassoldo, R., Emergenza e ricostruzione: il caso delle scienze sociali all’analisi del caso friulano, in Friuli 1976-1996, a cura di P. Bonfanti, Udine, Forum, 1996, pp. 177-89. 

    Geipel, R., Disasters and Reconstruction: the Friuli (Italy) Earthquake of 1976, London, G. Allen and Unwin, 1992. 

    Geipel, R., Il progetto Friuli /Das Friaul-Projekt, Udine, Martin, 1980. Geipel, R., Pohl, J. P., Stagl, R., Opportunità, problemi e conseguenze della ricostruzione dopo una catastrofe. Uno studio nel lungo periodo sul terremoto in Friuli dal 1976 al 1988, con la collaborazione di A. Bardola, E. Chiavola, H. Hochgurtel, Tricesimo, Aviani Editore, 1990. 

    Friuli: la prova del terremoto, a cura di R. Strassoldo e B. Cattarinussi, Milano, Angeli, 1978.

    Tarpino, A., Geografie della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani, Torino, Einaudi, 2008. 

    Teti, V., Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, Roma, Donzelli, 2004. 

    Teti, V., Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, Roma, Donzelli, 2017.

    Praforte: le lunghe ombre della Guerra Fredda

    “Praforte scomparirà. La roccia scende a valle”

    Pietro Bortoluzzi nel docufilm “Dietro la cortina. Praforte un arcipelago di memorie” usa le stesse parole riferite sessant’anni prima al giornalista, narrando il destino del suo paese. Sembra una storia come tante già raccontate: un borgo svuotato prima dal destino obbligato dell’emigrazione che poi sembra intrecciarsi con la particolare geologia di questi borghi abitati: Cornei, Rizzòs, Almadis, Ghet, Costa, Romagnoli, Mostacins – questo elenco potrebbe continuare a lungo – perché l’intero territorio comunale di Castelnovo, con la sua superficie di 22,59 Kmq, caratterizzato da un tessuto abitativo fatto di case sparse e borgate, trova un centro soltanto a Paludea.

    L’articolo racconta che già nel 1956 i geologi avevano definendo “inarrestabile” il movimento che avrebbe trascinato a valle le case.  Oggi, Pietro ci racconta che lui geologi non li ha mai visti ma che ad un certo punto la gente è stata costretta a lasciare il paese per obbedire ad una ordinanza della Regione che intimava lo sgombero e disponeva la costruzione di un nuovo Praforte, e da la colpa ai militari, perché dice “noi gli davamo fastidio”.

    Il paese si raggiunge per una strada che si arrampica sul monte Cjaulec (m. 1.148) caratterizzato da rocce calcaree permeabili che presentano i fenomeni carsici delle doline e degli inghiottitoi: questo luogo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale era diventato un poligono militare molto importante per armi leggere e pesanti. Dal greto del Tagliamento, dal poligono di Bando si sparavano i proiettili che passando sopra l’osservatorio Tigre posto sulla sommità del monte Cjaurlec, colpivano i bersagli posti sul campo di tiro.

    Il poligono non si caratterizzava per la presenza di strutture, se si eccettuano le garitte poste sulla strada,  l’osservatorio, le piazzole per le tende, le stazioni radio che trasmettevano le coordinate di tiro e una cisterna per l’acqua, ma diventò man mano per le specialità dell’esercito dell’interno Nord-Est, un luogo strategico. Questa zona rappresentava la terza linea di difesa cosiddetta “in campo aperto” perché avrebbe permesso sui greti del Cellina-Meduna le manovre dei mezzi corazzati, mentre la prima era quella immediatamente a ridosso del confine orientale, che veniva definita come difesa “duttile e porosa” e seguiva le linee della Prima Guerra mondiale, la seconda era quella che si attestava lungo il Tagliamento. Il Friuli Venezia Giulia divenne con i suoi 102 Kmq occupati da strutture militari, la seconda regione italiana più militarizzata. Alla presenza di strutture bisognava anche mettere in conto le continue e quotidiane manovre militari che non avevano solo scopi addestrativi ma anche un’azione di propaganda (i quotidiani locali ne davano puntale notizia) e anche di guerra psicologica e di controllo del territorio. Questo sistema di difesa italiano partecipava e si integrava nelle più ampie strategie NATO che avevano previsto la costruzione di bunker, gallerie e fornelli lungo la linea di confine, atti a contenere le W-54, le mine atomiche. Ma non solo, perchè erano parte di questo meccanismo di difesa anche le batterie di missili Nike (Aquileia, Campoformido e Fossalta di Portogruaro) che in caso di attacco da parte di forze del Patto di Varsavia, venivano armate dall’esercito americano con le testate nucleari custodite a Longarone.

    Naturalmente tutto questo dispositivo di difesa aveva poi delle ripercussioni sulle comunità locali che ad un tempo venivano limitate nelle loro pratiche di uso del territorio ma avevamo anche subito compreso che potevano trarre beneficio dalle servitù d’uso di campi e pascoli occupati. La storia di Praforte rientra, almeno inizialmente in questa sorta di strategie di mediazione tra lo Stato occupante e le necessità di garantire un reddito ad una attività agricola che ormai era già fortemente ridotta. Capitava così che molti a Praforte approfittando delle manovre sul poligono raggiungessero il posto di guardia con le loro vacche per vedersi intimare l’alt e il divieto di proseguire verso i pascoli del Turiè o sul Cjaulec, ma contestualmente si vedevano riconosciuta la giornata di lavoro persa. Molto probabilmente il poligono è diventato sempre più strategico per l’esercito italiano, tant’è che i militari decisero di allargare la strada che conduceva al paese e poi più su alle aree di manovra, fino a che le esercitazioni interessarono non più solamente alcuni periodi ma l’interno anno. C’è chi si ricorda anche una visita del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, accompagnato a bordo di una Jeep militare. 

    Le operazioni di tiro preoccupavano la popolazione dei piccoli abitati, ne rimangono testimonianza le interrogazioni parlamentari e gli articoli sui giornali che parlano di frequenti incendi, boati, manufatti fatti saltare in aria, proiettivi inesplosi rinvenuti dai contadini. Da questo momento la vicenda di Praforte rientra a pieno titolo, seppur lontano dal confine nelle logiche della Guerra Fredda. Il Comune emana un provvedimento di sgombero e di non abitabilità facendo leva sulle perizie geologiche che parlano di un potenziale forte pericolo per le persone a causa della morfologia del luogo e che di lì a poco bisognerà abbandonare completamente l’abitato. Un finanziamento della Regione, appena costituita garantisce la costruzione di un nuovo paese in piano a Paludea, alcuni accettano questa proposta, altri cercano casa a Travesio. L’unico ad avversare strenuamente questa decisione, fino all’ultimo è Pietro Bortoluzzi, padre di sei figli che arriva perfino a barricarsi in camera imbracciando il suo fucile da caccia (ma non carico), verrà poi caricato a forza, assieme alle sue cose su un camion militare. La storia di Praforte continuerà per anni seguendo la logica emotiva del doppio paese: da Travesio o da Paludo, si risaliva per fare il vino, per coltivare l’orto, per raccogliere la frutta e per la manutenzione delle case e contemporaneamente della memoria del paese. Pietro è rimasto l’ultimo resistente, più volte al giorno percorre la strada, il paese è diventato lui, accorpando alle sue proprietà quelle di altri che ormai non vi fanno più ritorno; anche i militari se ne sono andati e con loro da qualche anno è caduto il divieto di abitabilità. Sembra uno scherzo beffardo ora che non ci sono quasi più le case, anche se il figlio di Pietro dedica i fine settimana a riattare la vecchia casa di famiglia. 

    Si può incontrare Pietro con facilità salendo al paese a qualsiasi ora e se si riesce a non farsi intimorire dal suo sguardo, diventa un fiume di parole, vi aprirà la latteria che è diventato una sorta di museo del ieri, con appese ai muri fotografie, articoli di giornale e oggetti. Poi vi accompagnerà tra le case attraverso sentieri che non sono più segnati fino alla Chiesetta di S. Vincenzo e da lì fino al cimitero, anch’esso fermo con le sepolture ai primi anni sessanta. Pietro non smette ancora farsi domande, arrabbiandosi contro la perizia dei geologi e i militari, e dice “di questa roccia che doveva scendere a valle, ma poi così non è successo, e che ha resistito perfino al terremoto del 1976, che ha colpito, danneggiandole molte borgate del comune, perché ci hanno costretto a lasciare i paese?”. E continua: “la verità è che noi davamo fastidio ai militari!”.      

     

    Guarda qui il documentario di Stefano Morandini e Alessandro Monsutti

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